Intervista a Michele Bia
MERIDIONALI SENZA FILTRO.
(A cura di Elvio De Monte Faginto).
Di Michele Bia (Modugno, BA – 1966), vincitore del Lago Film Fest 2007 con “Merdionali senza filtro”, cortometraggio molto premiato (David di Donatello compreso), colpisce la capacità di realizzare un italianissimo “road movie”, con tutti i pregi di un contesto specifico e senza i difetti che generalmente minano la produzione nazionale.
Con pochissimi elementi Bia tratteggia una storia tragicomica senza tempo, divertente e a tratti esilarante, che trascende se stessa presentando una grande ricchezza di elementi narrativi e simbolici.
Due figli, diretti con l’anziano padre al matrimonio di uno dei due, viaggiano in auto tra Puglia e un paese lucano jellato e innominabile, innescando un insensato e idiota litigio che, in un crescendo senza sosta, porterà alla morte del padre, silenzioso spettatore inerme. Una sensibile e antiretorica metafora sull’idiozia e gli effetti ultimi di ogni guerra ma anche, senza contraddizione, uno spaccato suggestivo sul silenzio di un passato che guarda impotente, fino a soccombervi, dai sedili posteriori di un’auto di lusso usata che si rivelerà un bidone, una modernità sguaiata, cialtrona, confusa, ignorante, superstiziosa, esibizionista, insensibile, inconsistente.
Franco Ferrante e Nicola Giustino, gli attori dai volti amabilmente anticinematografici ed antifiction che impersonano i due fratelli, recitano in modo vivido e spontaneo una sceneggiatura di grande immediatezza e realismo che si nutre dell’attività teatrale svolta con Michele Bia il quale, oltre ad assecondare la passione per il cinema, ha fondato nel 2003 e dirige con Ferrante il Teatroscalo a Modugno (BA).
La commistione di realismo, umorismo e sguardo critico riportano alla stagione della migliore commedia all’italiana e fanno ben sperare per il futuro di questo autore, attualmente impegnato a misurarsi con la scrittura per il lungometraggio, e su una nuova-antica via possibile per il giovane cinema italiano.
Michele Bia, questo lavoro ha già vinto numerosi premi, compreso il David di Donatello nel 2007 come migliore cortometraggio. Cosa portano ad un autore emergente questi riconoscimenti?
Diciamo che il David ti porta una buona visibilità in campo nazionale, forse anche qualche puntatina all’estero, e poi ti da la possibilità di avere contatti anche importanti senza la difficoltà di dovere spiegare chi sei. Assolutamente non ti cambia la vita in modo repentino ma certamente apre molte possibilità per il lavoro. E’ una spinta in più, sia emotivamente che professionalmente.
Tu, a differenza di quanto descrivi in “Muccia”, lavoro teatrale nel quale rappresenti la costrizione ad emigrare, hai scelto di lavorare al sud, a Modugno, la tua città. Pensi sia possibile stare li e lavorare, oltre tutto in un settore difficile come il cinema? Cosa consiglieresti a un giovane?
Fare cinema qui a Modugno è difficilissimo, quasi impossibile. Per realizzare “Meridionali senza filtro” ho dovuto fare arrivare tutto da Roma, competenze, attrezzature ecc., qui non esistono. E’ difficile fare cinema in una realtà in cui non c’è nemmeno una sala cinematografica, pur essendo un ‘paesone’ industriale. Non c’è nemmeno un teatro e, in generale, soffre l’arte nel suo insieme. Questi mestieri sono sempre stati visti come non-mestieri, un po’ in tutto il sud, soltanto ultimamente si fa spazio l’idea che chi fa teatro o cinema non è l’”artista” nell’accezione negativa del termine ma semplicemente uno che fa un mestiere, per certi aspetti, come tanti altri.
Cosa ti ha portato a decidere di aprire uno spazio teatrale a Modugno il “Teatroscalo”? Come sei arrivato al cinema? E’ un percorso lineare?
Lo si fa per incoscienza. Il cinema è sempre stato la mia passione, però mi rendevo conto che qui non si poteva fare. Qui fare cinema vuol dire, per i propri genitori, avere un figlio un po’ strano, non a caso la nostra associazione si chiama La Pecora Nera, con riferimento al racconto di Calvino.
Quando ho lasciato il mio lavoro (che non era il mio lavoro) di impiegato in una ditta di trasporti, tutti i parenti m’hanno guardato come fossi un alieno, un idiota che lascia un posto fisso per fare un salto nel buio, qual’era il teatro.
Ad un certo punto ho realizzato che se fossi arrivato a sessant’anni in quel modo avrei vissuto di rimorsi, di rimpianti e ho preferito fare una scelta precisa e definita e posso dire che, in termini di… benessere vitale, mi sta andando bene. La mattina mi sveglio e vedo il sole, mentre prima il cielo era sempre grigio.
Hai parlato delle competenze da far arrivare da fuori, dei costi del fare cinema, anche per la scelta di usare la pellicola. Come mai usi questo approccio così professionale e oneroso da tutti i punti di vista, mentre il cinema che fai reggerebbe benissimo anche con una semplice videocamera e un apparato produttivo molto più semplice?
Io dico che c’è un principio: il cinema si fa con la pellicola. Questo al di là delle nuove tecnologie e di registi anche affermati che usano il digitale.
Per chi è cresciuto con la pellicola, vedendo moltissimi film in pellicola, è naturale secondo me aspirare ad un’esperienza cinematografica in pellicola. E’ molto diverso dal lavoro in digitale, ti fa capire le difficoltà del fare cinema, i tempi del cinema e anche i costi del cinema. Se lavori in pellicola, quando scrivi una nuova sceneggiatura, che sia lunga o corta, non ti fai venire strane idee, devi ragionare stando con i piedi per terra, perché il cinema si fa con i soldi. Volevo fare quest’esperienza prima di fare il grande passo verso la sceneggiatura di un lungometraggio.
I dialoghi di “Meridionali senza filtro” colpiscono per spontaneità, efficacia, imprevedibilità. Il tuo modo di lavorare alle sceneggiature è pura invenzione o parti dal vissuto? Quanto derivano da cose viste, sentite, da esperienze dirette? Derivano dal tuo lavoro teatrale o con il cinema hai un diverso approccio?
Ci sono entrambi gli aspetti. Molto deriva dal lavoro teatrale, curiosamente mi dicono che quando faccio teatro si vede che mi piace il cinema e viceversa, la cosa mi fa molto piacere, trovo questa commistione di linguaggi una cosa positiva.
Se ricordi il prologo del cortometraggio, quando Fajele, il fratello maggiore, risponde agli inviti a rallentare del fratello dicendo “devo fare due chilometri a minuto”, frase che secondo me racchiude grande parte del significato del corto, con il padre anziano che preme sul poggiamani e lo rompe, ecco, quel dialogo deriva dal viaggio con un mio amico verso Gallipoli a fine spettacolo ed è ripreso pari-pari. Tutto è poi ovviamente elaborato e ricondotto dentro la storia che si sta raccontando. Comunque, cambia il linguaggio ma il modo di scrivere per cinema e teatro è sostanzialmente analogo. In meridionali senza filtro c’è un linguaggio pinteriano. Quando ho curato in teatro “Il Calapranzi”, di Harold Pinter appunto, mi si sono aperti veramente nuovi orizzonti per quanto riguarda i dialoghi e la forza dei dialoghi.
Il tuo realismo surreale, lo sguardo cinico e critico sulla realtà che si esprime in chiave umoristica, ironica, ricorda la stagione migliore della commedia all’italiana, quella dei Germi, dei Monicelli, dei Risi. E’ questo il tuo immaginario, il tuo riferimento culturale quando scrivi un film o ti rifai, ad esempio, alla tua esperienza teatrale e ad autori che vengono da quel mondo?
No, è il cinema. Sicuramente il cinema. Il film che ho visto e rivisto tantissime volte è “Amarcord” di Fellini, film che ho amato in assoluto… come autori amo sopra tutti Fellini, Monicelli, tra i più recenti Emir Kusturica, con il quale ho anche fatto un laboratorio di cinema.
Ti faccio una domanda proibita, perché è diventato un luogo comune associare a questi due autori qualsiasi nuovo regista italiano che abbia uno sguardo cinico e surreale sulla realtà, sul degrado umano, mentre trovo che il tuo lavoro abbia autonomia formale, di linguaggio, insomma, tutto ciò premesso, cosa pensi di Ciprì e Maresco?
Beh! Io dico sempre che un prodotto è il risultato di molte esperienze, di quello che hai letto o visto, è un tuo mondo interiore cui si somma il mondo interiore di chi lo fruisce. Alcuni hanno visto nel cortometraggio Pasolini, altri Monicelli, forse è tutto questo perchè sono autori che amo. Ho approfondito Pasolini durante gli studi universitari, è stato un altro autore che mi ha cambiato la vita e aperto gli occhi su molte cose. L’importante è, secondo me, al momento della scrittura, esprimere se stessi e non puntare ad assomigliare a questo o quell’autore, perché sarebbe furbo e bruttissimo.
Questo tuo approccio vicino alla Commedia all’italiana si ritrova anche nei precedenti lavori? Lo sguardo tra l’amaro e il comico è una tua cifra stilistica precisa?
Si, anche nei “Lavoratori” o in “Un’ora di straordinario”, i miei precedenti cortometraggi, ci sono questi elementi.
Sei tu Vito Cascione? Il giovane che in “Un’ora di straordinario” nasconde le sue umili origini per conquistare una giovinetta di buona famiglia e poi viene smascherato da un gesto volgare del padre, rientrato in modo imprevisto a causa di un’ora di straordinario, appunto?
Si, sono io e il padre del cortometraggio era mio padre, riprende un episodio reale.
Nelle cose che scrivi sulle motivazioni per cui hai iniziato a fare teatro ho trovato una forte valenza sociale, la convinzione che l’arte, il teatro, il cinema possano incidere sulla società. Mi spieghi meglio questa cosa?
Si, non ti so dire se sociale o… io dico che il cinema e il teatro non possono essere fine a se stessi. Un film o un’opera d’arte non hanno la capacità di trasformare pensieri o cambiare la vita di qualcuno, però a me capita che, quando vado al cinema (che per me rimane un rito molto bello), ne esco un poco cambiato, lo dico senza enfasi, con consapevolezza.
Credo che questo succeda un po’ a tutti, credo che un film, un’opera teatrale, un libro, abbelliscano un po’ l’animo di ognuno di noi, hanno questa piccolissima-grandissima capacità e quindi ogni film e ogni opera credo abbiano un impegno civile da ottemperare, quello di abbellire l’animo umano, affido questo compito all’opera. E ce ne vuole, con tutto il brutto e la violenza che ci sono in giro, un film al giorno sarebbe una medicina salutifera.
Oltre a questo sguardo sociale, nel tuo cortometraggio la narrazione, basata su pochissimi elementi, rivela una coerente capacità di suggerire letture simboliche e metaforiche, di astrarsi dal contingente e assumere valore universale. Quando scrivi tu presti attenzione a questo aspetto? Lo determini in modo intenzionale? La BMW è solo un’auto o anche una metafora? Da qualche parte hai detto che ogni lavoro ha un “elemento centrale” che dà senso a tutta l’opera. In questo cortometraggio qual’è l’elemento centrale?
Quando ho scritto “Meridionali” ho pensato all’elemento centrale costituito dalla guerra tra questi due idioti, i due figli. Molti m’hanno detto che vi si legge uno spaccato della realtà meridionale, in realtà non è vero, io non la penso così, il meridione c’è ed è sullo sfondo.
Io giro al sud, i personaggi parlano della sfiga, della superstizione, usano un linguaggio che viene dalla cultura meridionale ma tutto questo è sullo sfondo, quello che io volevo mettere in primo piano è la guerra tra due fratelli idioti, imbecilli, ottusi. Ecco, è l’ottusità che volevo mettere in primo piano…
E poi la vittima, un terzo silenzioso, il loro anziano padre.
Esatto, quando sono due ottusi a darsi battaglia, prima o poi una vittima innocente ci scappa. In questo caso è la persona più vicina a loro, il padre. Altri hanno visto questo viaggio come due facce della stessa medaglia: il nuovo meridione, più cialtrone, esibizionista, si fa una macchina usata, una BMW grande, per esibire questo suo acquisto, e invece si scopre che è rotta e quindi la fregatura l’ha presa lo stesso. Il padre invece rappresenta un meridione più silenzioso, quello di una volta, più positivo.
In effetti, personalmente ho colto maggiormente questo aspetto, una cultura rimossa, tradizionale e contadina, rappresentata dal padre, che non è stata sostituita da una cultura coerente ma da un coacervo di brandelli di tradizione, superstizioni, preconcetti e nozioni acquisite dalla pubblicità, dalla TV, messe insieme alla rinfusa.
Comunque è vero. Noi meridionali viviamo questa doppia condizione di legame con certe radici, però ormai anche noi parliamo di progetti, di nuovi approcci al lavoro, di programmi, pianificazione, insomma il linguaggio tecnologico, quello televisivo.
Quella di “Meridionali senza filtro” è una storia di oggi, o una storia senza tempo, o entrambe? Tu come la vedi?
Si, forse entrambe. Non so se ci sono riuscito ma io volevo sospendere la storia: ho eliminato i telefonini che avrebbero imposto un certo tipo di dialogo, l’auto, gli abiti, sono contemporanei ma il più neutri possibile.
Al di la degli aspetti esteriori è il racconto in sé che mi pare abbia valore universale e possa essere riportato in ogni epoca, contesto e probabilmente cultura, sia che se ne legga la frattura tra passato e presente ma ancor più con la tua lettura della guerra tra due idioti i cui effetti ricadono su terzi inermi. Questo approccio, che utilizza elementi capaci di andare oltre la situazione contingente c’è anche nei precedenti tuoi cortometraggi e, in generale, nel tuo modo di scrivere?
Assolutamente si ma lo faccio senza pensarci. Quando scrivo una storia la calo nei giorni d’oggi ma con uno sguardo un po’ più largo. Cerco di non prendere storie localizzate, anche “Un’ora di Straordinario” o i “Lavoratori”, storia di lavoratori ‘non allineati’ isolati dall’azienda in una palazzina, nell’inattività più assoluta, possono essere raccontate qui, come in Svezia o Norvegia, dappertutto.
Un’alta cosa che colpisce molto positivamente sono gli attori. Molto bravi, spontanei, realistici, così poco facce da agenzia di casting. Sono attori che lavorano con te a teatro, immagino.
Si, Franco Ferrante, il fratello maggiore nel cortometraggio, lavora con me a teatro da molto tempo, collaboriamo, gestiamo insieme lo spazio teatrale. Nicola Giustino invece, l’altro fratello del video, è uno che ha fatto già il primo corto con me, poi “Il Calapranzi” a teatro. Sono molto bravi, devo dire che il teatro mi ha dato molto anche dal punto di vista della selezione degli attori.
Tu scrivi tutti i dialoghi o lasci spazio all’improvvisazione? E in “Lavoratori”, dove gli attori erano degenti di una clinica psichiatrica, come ti sei comportato con la scrittura?
Nel secondo caso ho lasciato molto spazio all’improvvisazione, ero costretto ad un unico ciak, spiegavo quindi la situazione e la scena agli attori-degenti e quindi tutto è andato un po’ a… fortuna. In “Meridionali”, invece, sono stato molto preciso nei dettagli.
Anche la colonna sonora è riuscita. La segui tu o con chi collabori?
Ho la fortuna di lavorare con dei bravi musicisti che sono Massimo e Davide La Neve (che tra l’altro lavorano tra Praga e Bari passandosi i file via internet). Con loro c’è un’affinità emotiva e artistica, parliamo molto e c’è in generale una forte intesa.
Ora stai lavorando a un nuovo film?
Si, prima c’è però un’altro corto da girare che si chiama “Sotto alle armi” e indaga sugli effetti che hanno i figli in guerra sulle famiglie, sulle madri. Costruito in maniera leggera, con il padre del militare che nega la sua sordità, causata dal lavoro in miniera, e alla fine, alla notizia della morte del figlio, piangerà perchè tutti piangono ma senza avere udito la comunicazione del Ministero al telefono.
Anche questa figura di padre sordo si presta a letture simboliche. Il tuo modo di scrivere ha effettivamente questa capacità di trascendere il contingente attraverso l’invenzione di personaggi che diventano simboli più universali della specifica storia che si sta narrando. Ora, questa sceneggiatura per un lungometraggio, di che parla?
Si tratta in realtà di due soggetti che sto scrivendo per dei produttori con cui sono entrato in contatto. Il primo si chiama provvisoriamente “Lo sposo”, anche se ha poco a che fare con il matrimonio, e parla di un manovale della mafia, un corriere, che si rifiuta ad un certo punto di portare a termine un nuovo e più crudele compito e scatena un inseguimento tra Puglia e Calabria. E’ un altro viaggio…
E’ importante per te questa dimensione ricorrente del viaggio? Il fatto di cogliere una storia mentre si muove, in un tratto del suo percorso di cui non necessariamente si vedono l’inizio e la fine, come accade ad esempio in “Meridionali senza filtro”?
Non credo. In “Meridionali” era una necessità non vedere l’inizio e la fine, io volevo che i personaggi fossero i qualche modo sospesi e la condizione del viaggio mi serviva a questo… ma forse anche il soggetto del lungo non avrà una meta… però sono in fase di appunti, con entrambi i soggetti. Il secondo, che per il momento si chiama “Le giostre”, è ambientato a Gioia del Colle, sede di una base Nato, e racconta questa realtà attraverso la storia di una famiglia i cui componenti, come quasi tutti gli abitanti di Gioia, lavorano per la base.
Mi interessa indagare quanto la guerra influisca sui nostri rapporti e sul nostro modo di vivere. Pensiamo la guerra sia lontana ma non ci rendiamo conto di quanto influisca quotidianamente, politicamente e socialmente, sul nostro modo di vivere. M’interessa indagare sulla realtà di questo paese “lontano” dalla guerra ma da cui partono direttamente gli aerei in missione.
La guerra è un tema ricorrente, a cui tieni molto, mi pare di capire, è sotto traccia anche in “Merdionali senza filtro”, pienamente al centro dl corto che ti appresti a girare e anche in questo soggetto.
Guarda, è una rabbia che mi porto dentro. Ad un certo punto ti chiedi perché? …Anche le guerre “necessarie” sono in ogni caso stupide. La guerra mieterà sempre vittime innocenti, soldi, energie, fatiche, produrrà rabbia e dolore, allora, siccome non conosco direttamente il fronte, mi piace raccontare cosa succede in un posto nel quale la guerra nominalmente non c’è ma si sente comunque.
Il litigio fra i due fratelli di “Meridionali” è effettivamente una bella metafora sulla guerra e la riporta alla dimensione primaria, spogliata di tutta la retorica propagandistica, di due uomini stupidi che litigano e lottano in modo idiota perdendo di vista il senso della realtà e gli unici effetti reali e tragici che provocano, in questo caso, la morte del padre per assideramento. Ma per chiudere, ti chiederei una cortesia, puoi dirmi il nome del paese innominato in “Meridionali senza filtro”.
Ma certo! Te lo dico con piacere perché a noi finora ha portato molta fortuna, si chiama Colobraro.
Colobraro! E a chi lo nomina cosa succede?
Guarda, succede di tutto, ci sono moltissimi aneddoti tanto che nessuno lo nomina più.
I lucani, se devono spedire una lettera a Colobraro ci scrivono “quel paese”.
Bene, allora a questo punto, ringraziandoti molto per la disponibilità, per i tuoi progetti e il tuo lavoro, ti faccio i miei più sentiti… in bocca al lupo!
Crepi!

