LA NUOVA EDIZIONE DI LAGO FILM FEST – UN SOGGETTO PROTEIFORME E UN PO’ DIABOLICO

Il modo migliore per descrivere a parole i mondi e le personalità che confluiscono qui a Lago è farlo attraverso il concetto di “glocal hybridity”

Scrivi tu il pezzo, dice. Un editoriale dove la giuria, la sua diversità e composizione sia specchio dell’anima del festival, dice. Prendiamola alta, il modo migliore per descrivere a parole i mondi e le personalità che confluiscono qui a Lago è farlo attraverso il concetto di ”glocal hybridity” diffuso dalla geografa femminista D.Massey. Immaginate il nostro corpo come l’intersezione di un numero potenzialmente infinito di linee di influenza. Queste linee tangenti, e di differente lunghezza e durata spazio-temporale sono tutte annodate insieme a formare la nostra identità che è priva di una dimensione puramente “locale” e nemmeno “globale”, ma sempre oscillante in un’ibridazione tra ciò che è vicino e lontano da noi. In un solo corpo, o in un solo festival, convergono le storie e le lingue di tutte le entità che lo abitano. Se parlare di entità che posseggono un corpo suona luciferino (non è un caso che la glossolalia, il parlare in “altre” lingue, sia uno dei segni della possessione demonica) usiamo allora i Barbapapà

come esempio dolce per spiegare la plasticità di certi confini: nota famiglia francese genderfluid, hanno per padre un essere nato dal verde di un parco, una sorta di genius loci a forma di pera, un budino rosa che ha la capacità di prendere l’aspetto di ciò che desidera. Spontaneamente, con naturalezza, dà vita intorno a sé a tutta una serie di figure mercuriali che vanno ad animare il territorio. Non sto paragonando i giurati Claudio Di Biagio, Hannaleena Hauru, Daniel Moshel, Simone Rovellini e Mariateresa Sartori a dei cartoni pieni di LSD ( forse si ) ma sicuramente il loro essere molti dentro un organismo, dandogli sguardi e linguaggi diversi, li rende un soggetto proteiforme e un po’ diabolico. I Greci che hanno sempre capito tutto prima, scelsero giusto un mostro con un solo corpo e tante teste per simboleggiare l’elemento caotico dell’acqua e lo piazzarono proprio in un lago. Povera Idra, che fine ingiusta hai fatto. In bocca al lupo giuria.

Queste linee tangenti, e di differente lunghezza e durata spazio-temporale sono tutte annodate insieme a formare la nostra identità che è priva di una dimensione puramente “locale” e nemmeno “globale”, ma sempre oscillante in un’ibridazione tra ciò che è vicino e lontano da noi.